Distacco dal mondo

di CHRISTIAN BOBIN

Servitium

“Allora Pietro disse a Gesù: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa ne avremo?” (Mt 19,27).Il lasciare tutto, il distacco dal mondo ha in sè una connotazione negativa. Ma Christian Bobin ne recupera tutta l’essenzialità vitale, liberatrice e costruttiva per l’uomo. Il libretto di Bobin è una continua variazione positiva sul tema. Ne leggiamo qualche frammento.
. “Se consideriamo la nostra vita nel suo rapporto con il mondo, dobbiamo resistere a quello che pretendono fare di noi, e soprattutto non cedere mai nulla della nostra solitudine e del nostro silenzio. Ma se consideriamo la nostra vita nel suo rapporto con l’eterno, bisogna che molliamo la presa e accettiamo quello che viene, senza tenere nulla come proprio. Da un lato rifiutare tutto, dall’altro tutto accordare: questo doppio movimento può essere realizzato solo nell’amore” (p.9).
. “L’amore è distacco, oblio di sé. Non possiamo arrivarci con le nostre forze, perché tutte le nostre forze sono costantemente impiegate nell’ammassare il mondo alla superficie del nostro “io”. Ciò che talora consideriamo distacco non è altro che indifferenza o rassegnazione, che costituiscono nuovamente due metamorfosi dell’”io”, arroccato nell’indifferenza, incupito nella rassegnazione” (p.11).

. “Leggerezza dell’uccello che per cantare non ha bisogno di possedere il bosco, nemmeno un solo albero” (p.17).
. “I santi hanno infranto in se stessi il principio naturale che separa ogni vita da tutte le altre: più nulla dell’eterno è loro estraneo e il loro cuore grida per il canto della stella come per il sussurro della neve, per il sorriso dei morti come per i pianti dei neonati. Non c’è altra umanità che secondo questo punto di vista sovrannaturalmente amoroso, amorosamente sovrannaturale” (p.219).
. “Come il bambino piccolo che, quando comincia a camminare, si appoggia al corpo della madre come ciò che gli sembra di una solidità a tutta prova, così, per attraversare il mondo, noi dobbiamo appoggiarci alla solitudine che è in noi, incrollabile”(53).. “Teresa d’Avila, quando preparava da mangiare per le sue consorelle, era intenta alla buona cottura di un piatto e nello stesso tempo concepiva splendidi pensieri su Dio. Esercitava allora quell’arte di vivere che è l’arte più grande: gioire dell’eterno prendendosi cura dell’effimero”(p.55).
. “La santità ha così poco a vedere con la perfezione che ne è l’assoluto contrario. La perfezione è la viziosa sorella minore della morte. La santità è il gusto forte della vita così com’è – una capacità infantile di rallegrarsi di ciò che è, senza chiedere nient’altro”(57).
. “La preghiera è l’unico legame con la realtà – se per “preghiera” si intende semplicemente un’attenzione massima e non preoccupata di alcun risultato, un’attenzione così pura che chi l’esercita non sa di esercitarla”(p.59).

Ricordo una domanda rivolta a P. Giovanni Vannucci nel silenzio del suo Eremo nel Chianti: “Perché, dopo tanti anni di vita attiva nel cuore di Roma e di Firenze, ti sei ritirato in un eremo?”. E lui: “Mi sono tirato fuori dai contrasti della città per essere più vicino a tutti”.
[fra Ermanno

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